Villa Portalupi, Farina, detta “La Zambonina”
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La coltivazione bio del Riso Vialone Nano
La coltivazione biologica del riso Vialone Nano alla Villa Zambonina, situata a Vigasio (Verona), unisce tradizione, natura e innovazione. La tenuta, vicina a sorgenti di acqua pura, offre un ambiente ideale per il riso, di cui alcuni ettari sono dedicati a produzione biologica certificata, con attenzione all’ambiente e alla biodiversità locale.
Il riso Vialone Nano biologico è apprezzato per il chicco poroso, ideale per risotti. La coltivazione biologica segue metodi naturali, evitando pesticidi e fertilizzanti chimici e garantendo la fertilità del terreno e la salute ambientale, continuando una tradizione risicola di oltre 300 anni.
Le pratiche biologiche alla Zambonina prevedono:
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Conversione di parte della tenuta a biologico certificato secondo normative vigenti.
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Rispetto della biodiversità e tutela dell’habitat naturale, che ospita fauna come anatre selvatiche e aironi.
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Esclusione di prodotti chimici di sintesi, impiego di metodi naturali per difesa e fertilizzazione.
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Equilibrio tra tradizione e innovazione per migliorare qualità e rispetto ambientale.
Il riso possiede certificazioni di sostenibilità e biologico:
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Certificazione biologica europea, che vieta pesticidi e fertilizzanti chimici di sintesi e promuove pratiche sostenibili.
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Indicazione Geografica Protetta (IGP) Riso Nano Vialone Veronese, riconosciuta a livello europeo, che garantisce origine geografica, qualità e rispetto di un disciplinare di produzione.
Il riso Zambonina è quindi conforme agli standard europei sia per il biologico che per la IGP, assicurando un prodotto tipico, genuino e sostenibile.
Le certificazioni biologiche sono emesse da enti accreditati dal Ministero delle Politiche Agricole italiano, quali ICEA, CCPB, Bios, Suolo e Salute, Ecocert e altri, che verificano e garantiscono la conformità del prodotto alle normative europee.
Villa Zambonina produce un riso Vialone Nano biologico di alta qualità, sostenibile e certificato, frutto di oltre tre secoli di esperienza agricola e profondo rispetto per la natura e il territorio veronese.
Caratteristiche del Riso Vialone Nano bio:
Le caratteristiche distintive del riso Vialone Nano biologico rispetto alle varietà tradizionali sono principalmente legate ai metodi di coltivazione biologica, che escludono l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici, e alle qualità naturali del chicco stesso, tipiche del Vialone Nano. Ecco le caratteristiche principali:
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Il Vialone Nano è un riso medio-semifino tipico della provincia di Verona, noto per il suo chicco tondo e poroso.
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Il chicco biologico, coltivato senza agenti chimici, tende a mantenere la sua naturale capacità di assorbire i condimenti, risultando particolarmente adatto per risotti cremosi e mantecati.
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La coltivazione biologica migliora la salute del terreno e preserva la biodiversità locale, quindi il prodotto finale è considerato più salutare e sostenibile.
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A livello morfologico e agronomico, il Vialone Nano ha un chicco semi-lungo, perlato, con una perla centrale estesa, che garantisce una buona tenuta di cottura e tempi di cottura relativamente brevi rispetto ad altre varietà da risotto.
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Il contenuto di amilosio è alto, conferendo al riso compattezza e capacità di mantenere la forma durante la cottura.
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Rispetto alle varietà tradizionali non biologiche, il Vialone Nano bio si distingue quindi per l’attenzione alla sostenibilità ambientale e al mantenimento delle caratteristiche organolettiche naturali.
Il Vialone Nano biologico unisce la qualità tipica della varietà, ideale per risotti, con i benefici di una coltivazione sostenibile e naturale che influisce positivamente su sapore, salubrità e impatto ambientale.
Video
Scheda analitica
Un gioiello senza tempo: la villa tra storia, arte e natura
Immersa in un paesaggio suggestivo e ricco di fascino, questa splendida villa storica rappresenta un perfetto equilibrio tra architettura, arte e natura. Un vero capolavoro che attraversa i secoli, testimone di epoche e stili diversi, e che oggi si presenta in ottimo stato di conservazione, pronto ad accogliere visitatori e appassionati di storia.
Una dimora nobile tra Rinascimento e Barocco
Edificata nel XVI secolo, la villa si distingue per la sua scenografica facciata principale, un tripudio di elementi decorativi che richiamano lo stile baroccheggiante. L’attenzione è subito catturata dalle tre loggette, una centrale e due laterali, caratterizzate da archi a tutto sesto e ornate da mascheroni manieristici in chiave, dettagli che conferiscono al complesso un’eleganza senza tempo.
A rendere ancor più maestosa la residenza sono i due torrioni merlati, aggiunti nel XIX secolo, che si ergono fieri ai lati della villa, quasi a voler custodire un tesoro architettonico di inestimabile valore.
Affacciandosi sul giardino all’italiana, la villa regala una vista mozzafiato, perfetta per chi desidera immergersi in un’atmosfera d’altri tempi, dove il verde si intreccia armoniosamente con la pietra e gli ornamenti architettonici.
La cappella gentilizia: un angolo di spiritualità
A completare il complesso vi è la cappella gentilizia, un piccolo gioiello di architettura sacra risalente al XVIII secolo e dedicato a Sant’Antonio. Un luogo di raccoglimento e preghiera che, ancora oggi, conserva il fascino e l’aura mistica di un tempo.
Annessi rustici e vita di corte
L’antico splendore della villa si ritrova anche negli annessi rustici, edificati nel XVIII secolo, che formano una corte interna dal sapore autentico e rurale. Probabilmente utilizzati in passato per la gestione agricola della tenuta, questi edifici aggiungono un ulteriore livello di interesse alla visita, raccontando la vita quotidiana di chi ha abitato questi luoghi.
Arte e dettagli: gli affreschi della loggia
L’arte qui non si limita agli elementi architettonici: nella loggia di sinistra si possono ammirare splendidi affreschi, vere e proprie testimonianze pittoriche che arricchiscono il fascino della villa. Tra le raffigurazioni più suggestive, spicca quella della “monda”, un dettaglio che lascia spazio all’interpretazione e alla curiosità del visitatore.
Un viaggio nel tempo tra eleganza e storia
Questa villa storica non è solo un esempio di bellezza architettonica, ma un vero e proprio viaggio nel tempo: un luogo dove la storia si intreccia con l’arte, dove ogni pietra racconta una storia e dove ogni affresco sussurra il passaggio delle epoche.
Perfetta per gli amanti della cultura e delle dimore storiche, questa residenza è una tappa imperdibile per chi desidera scoprire le meraviglie nascoste del nostro patrimonio, lasciandosi trasportare in un’epoca di eleganza e raffinatezza.
Ulteriori approfondimenti storici
Chi percorre la strada che da Vigasio porta a Buttapietra, prima di uscire dai confini di un comune per entrare nell’altro, incontra, ed è una gratificazione per l’occhio, la villa detta della Zambonina, attualmente di proprietà della contessa Marina Cicogna Farina.
In realtà non è questa l’unica piacevole sorpresa che la zona riserva poiché, nel giro di pochi chilometri, nella fertile campagna ove, da alcuni anni, sono ricomparse numerose le risaie, si possono ammirare altri due considerevoli edifici nobiliari: quello dei Giuliari, a Settimo del Gallese, e quello dei Pindemonte, a Vo’ di Isola della Scala.
La località Zambonina appartenne per secoli ai Giusti, conti di Gazzo e proprietari di altri beni a Cerea, San Pietro in Cariano, Tarmassia di Isola della Scala e in Verona. All’origine di questo loro possesso va collocato l’acquisto di “campi dosentosessantaquatro oltre li casamenti” che i fratelli Gian Battista, Gian Giacomo e Marc’Antonio fecero il 23 marzo 1528 da G. Maria Recalco.
In cosa consistessero questi casamenti si può rilevare da una stima dei beni fatta nel 1572. Vi si elencano una torre colombara, un fienile, le mura del cortile, alcune barchesse, la stalla, il pollaio, il pozzo, le case dei lavoratori ed altre fabbriche rusticali.
Questo insieme di strutture, che già si presenta funzionale alla conduzione di una vera e propria azienda agraria, era valutato 2.219 ducati.
Si tratta di una stima superiore ad altra del 1536 (ducati 1.439) e che viene riconfermata, seppure con un lieve aumento (ducati 2.325), nel 1583, quando la “casa grande della Zambonina” veniva assegnata, in seguito a divisioni della possessione che allora assommava a 420 campi, al conte Agostino fu Pier Francesco.
La sensibile differenza di valutazione riscontrabile a distanza di pochi decenni conferma che nel frattempo la dimora dei Giusti era stata oggetto di consistenti modifiche, come del resto attestano alcuni documenti in cui la si definisce “fatta tutta di novo”.
Ne fu promotore il conte Gerolamo del fu Paolo Camillo come si rileva dal suo stesso testamento del 1603, con il quale, fra l’altro, sottometteva a fidecommisso, in maniera che non potessero per alcuna ragione essere alienate, tutte le sue sostanze.
L’inventario dei beni mobili redatto nel 1583, oltre a documentarci sulla presenza di una suppellettile sufficiente a garantire un soggiorno agiato, ci mostra che la casa risultava di un numero di stanze atto ad accogliere confortevolmente padroni e servitù.
Questo assetto si mantenne intatto per tutto il secolo successivo, come si ricava da altro “inventario di tutti li beni mobili ritrovati nella casa nella villa di Vigasio alla Zambonina” compilato l’anno 1665, e dalla stima di 4.503 ducati che di essa aveva fatto due anni prima il noto architetto veronese Lelio Pellesina (per la stessa occasione il palazzo di città era valutato ducati 8.578 e quello di Gazzo ducati 6.673).
La corte della Zambonina allora comprendeva, oltre alla “casa da patron”, “vari chiusi di barchesse et fenile et una colombara con una casetta attaccata alla corte con orti tutta circondata da muro, un brolo contiguo de circa campi 20 piantato con frutari e grande quantità di roveri con giurisdicione de acqua da poterlo adacquare hore 24 alla settimana”.
Non sappiamo se in aggiunta al brolo ci fosse già il giardino all’italiana, anche se il noto interesse della famiglia per questo elemento essenziale della villa ci fa propendere per il sì.
Di esso vi è comunque sicura attestazione nel secolo successivo.
Nell’ultimo ventennio del Seicento la Zambonina fu tenuta a titolo prima di affitto e poi di proprietà da Gaspare Giusti, figlio di Girolamo, il quale, se le accuse del cugino Gomberto, sono degne di fede, si rese responsabile della demolizione di alcune fabbriche e trascurò le restanti a tal punto che esse nel 1714 si trovavano “ruinose et in evvidente pericolo di cadere”.
Questa condizione sta forse alla base di un intervento radicale che portò alla ristrutturazione della casa dominicale e a darle la fisionomia con cui attualmente si presenta.
L’originaria “palazzina” cinquecentesca, le cui componenti strutturali sono ancora ben riconoscibile nella facciata a mezzogiorno, venne dotata di loggia terrena, torretta e terrazza scoperta e di altre stanze in aggiunta alle quindici di cui già risultava.
Furono innalzati dalle fondamenta i due corpi laterali e la chiesetta dedicata a Sant’Antonio abate, in sostituzione di altra demolita.
Ex-novo vennero fatti anche la scuderia, i granai, la caneva, la casa del fattore ed alcuni rusticali.
Purtroppo il documento che descrive con meticolosità la situazione prima e dopo l’intervento non soddisfa la nostra curiosità circa la data esatta e l’architetto dell’operazione.
Non è da escludere che un certo ruolo nello spingere i Giusti a rinnovare completamente la loro dimora della Zambonina possa averlo svolto anche lo spirito di emulazione sollecitato dal fatto che, verso la metà del secolo, le due già accennate corti di Settimo e del Vo’ avevano visto l’intervento dell’architetto Pompei, a meno che, naturalmente, tale rinnovo non preceda l’attività in loco dell’illustre architetto.
Ad ogni buon conto, mentre nella struttura delle case dominicali di Vo’ e Settimo vediamo affermarsi il rigore e la sobrietà propugnati dal programma neoclassico, in quella della Zambonina viene esibita la grazia affettata delle forme baroccheggianti.
La villa e l’intera possessione passò nel 1810, assieme ad altri stabili, a Felice Portalupi che, già sposo di Chiarastella Giusti, venne in possesso anche della parte spettante alle altre due eredi: Teodora, vedova di Pandolfo Di Serego e Maddalena Trissino vedova di Gomberto Giusti.
Forse a tale secolo vanno attribuiti i due torrioni merlati che sorgono ai lati della villa, la quale, per il resto, ha mantenuta intatta la sua originaria fisionomia.
Essa presenta una facciata a nord che si apre al piano terra in tre logge – le due laterali a superficie leggermente bombata – alle quali corrispondono al primo piano le aperture di tre balconi affiancati da finestre.
La parte centrale si innalza poi in un attico, sempre a tre luci, fiancheggiato da volute, pigne ed altri elementi decorativi.
Sul fastigio troneggia una statua di Ercole con al Iato sinistro il tricipite Cerbero, contro il quale I’eroe greco sostenne la sua ultima “fatica”, e, sul destro, un altro animale mitologico. Sotto i due animali è inciso il motto “LABOR UNDE DECVS”.
All’interno la decorazione del salone centrale, ancora ossequiente ai dettami serliani, simula strutture architettoniche di colonne che reggono una trabeazione e racchiudono finestroni aperti su prospettive occupate da rami frondosi.
Sulla finta trabeazione corrono tutt’intorno motti sentenziosi in lingua latina (“Si vis pacem para bellum – Tuetur et ornat – Vim repelle pacem serva – terret et alicit”), mentre nella controfacciata si legge la data 1720.
Anche le pareti delle tre logge risultano variamente decorate e meritano un particolare accenno gli affreschi di quella di sinistra, databili alla seconda metà del Settecento.
Qui, accanto alle usuali scene di vita agreste tanto care al gusto arcadico del secolo, trova spazio anche la rappresentazione di un episodio, quello della “monda”, ispirato alla coltivazione del riso, una pratica agraria allora come adesso privilegiata nel fondo della Zambonina.
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